Il 13 giugno 2017 è morto a Chicago il grande musicologo americano Philip Gossett. Gosset è stato uno degli artefici di quella che è stata una vera e propria rivoluzione copernicana nel mondo dell’opera e che risponde al nome di ‘edizione critica’, vale a dire della rilettura, fatta sulle fonti, delle opere di, tra gli altri, Bellini, Donizetti, Rossini, Verdi: un lavoro che ha portato negli anni ad una ridefinizione nel modo di leggere e interpretare le opere della grande tradizione italiana, con l’abbandono di sedimentate e improprie stratificazioni esecutive e con la riscoperta del testo originale dell’autore. Che si accetti o no questo metodo (descritto brillantemente nel volume Divas and Scholars, The University of Chicago Press, 2006, tradotto anche in italiano), non si può non riconoscere il genio dell’uomo, il suo rigore, le eccezionali capacità che lo hanno portato a lavorare a fianco dei più grandi direttori d’orchestra del mondo e nelle produzioni più prestigiose.  Avevo conosciuto questo straordinario personaggio negli anni del mio dottorato di ricerca in ‘Storia e analisi delle culture musicali’ all’Università Sapienza di Roma e ne ho un ricordo bellissimo: quello di una persona generosa e disponibile. Facemmo amicizia e ci  incontravamo di tanto in tanto all’Università. Poi ci siamo sempre tenuti in contatto via mail quando, peggiorando le sue condizioni di salute, si era ritirato nella sua città senza più fare ritorno a Roma (l’ultimo nostro contatto risale a marzo e ancora si prodigava in consigli per me). Vorrei ricordarlo qui come una delle persone più belle e importanti che io abbia incontrato nel mondo della musica così come Sheila Whiteley, che insegnava popular music nell’Università di Salford (altra persona a cui debbo molto  e anche lei venuta a mancare troppo presto). Nel mio immaginario sono entrambi collegati, anche se non si sono mai conosciuti, come rappresentanti di quella mentalità anglosassone aperta, scevra di provincialismi e di favoritismi, dedita allo sviluppo degli studi e non al consolidamento di rendite di posizione e di nepotismi. Addio Philip.

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